La Critica

Enrico Pulsoni ©2001
 
 

< Xeno-Eterologìe dell'Arte >

 

«Entrando in un posto nuovo proviamo quasi sempre un'indefinibile inquietudine. Poi comincia il lento addomesticamento dell'ignoto, quindi, gradatamente, il malessere svanisce. Una familiarità inedita succede al terrore provocato in noi dall'irruzione del "diverso". Se nel corpo l'incontro con quanto non viene ascritto immediatamente alla nostra realtà scatena le reazioni istintive più arcaiche, come può pretendere, il pensiero, di assimilare davvero l'altro, il diverso, senza stupore?» 

(Anne Dufourmantelle in Jacques Derrida, Sull'ospitalità, Baldini&Castoldi, Milano 2000, p.13)

«L'esilio è fecondo se si appartiene contemporaneamente a due culture, senza identificarsi con nessuna di esse; ma se l'intera società è una società di esiliati, il dialogo delle culture cessa. Ad esso si sostituisce l'eclettismo e il comparativismo, la capacità di amare di tutto un po', di simpatizzare mollemente con qualsiasi opzione senza abbracciarne mai alcuna. L'eterologia, che fa capire la differenza tra le varie voci, è necessaria; la polilogia è insulsa. Insomma, la posizione dell'etnologo è feconda; molto meno lo è quella del turista, che - per curiosità dei costumi stranieri - si spinge fino all'isola di Bali o nei dintorni di Bahia, ma racchiude l'esperienza dell'eterogeneo nei limiti delle sue vacanze pagate. Vero è che il turista, a differenza dell'etnologo, il viaggio se lo paga di tasca propria. La storia esemplare della conquista dell'America ci ha insegnato che la civiltà occidentale ha vinto, fra l'altro, grazie alla sua superiorità nella comunicazione umana; ma ci insegna anche che questa superiorità si è affermata a spese della comunicazione col mondo».

(Tzvetan Todorov, La conquête de l'Amérique. La question de l'autre, Seuil, Paris 1982; trad.it. La conquista dell'America. Il problema dell'«altro», Einaudi, Torino 1984, pp.304 -305)

«Se è vero che, superato il vecchio etnocentrismo, l'antropologia moderna mira a conferire sensatezza a ogni cultura, a ogni "gioco culturale" possibile, insistendo sulla loro molteplicità e imparagonabilità, ciò non comporta affatto che gli altri "giochi culturali" vengano davvero "presi sul serio", dal loro proprio interno. Al contrario, vengono tutti parificati come "varianti di sensatezza", come veicoli o simboli di quel senso che rende possibili i giochi più diversi. I primi a sentirsi violentati da questa concezione non-etnocentrica sarebbero proprio i rappresentanti delle culture così salvate nella loro propria consistenza e "serietà"».

(Emilio Garroni, Estetica. Uno sguardo-attraverso, Garzanti, Milano 1992, p.262)

«Perché qualcosa venga bisogna che ci sia un avvenire, e dunque, se c'è un imperativo categorico, è di fare tutto il possibile affinché l'avvenire resti aperto. Sono molto tentato di dirlo, ma al tempo stesso, in nome di che l'avvenire varrebbe di più del passato? Più della ripetizione? Perché l'evento varrebbe più del non evento? Qui potrei trovare qualcosa di simile a una dimensione etica, dato che l'avvenire è l'apertura nella quale l'altro avviene, e il valore di altro o di alterità servirebbe, in fondo, da giustificazione».

(Jacques Derrida e Maurizio Ferraris, «Il gusto del segreto», Laterza, Roma-Bari 1997, p.100)

 


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